26 aprile 1986: a Černobyl’, nel nord dell’Ucraina ancora sovietica, esplode il reattore numero 4 di quella che è diventata la più celebre centrale nucleare al mondo.

Il fallout di materiale radioattivo interessa tutto l’emisfero nord del pianeta, in particolare Bielorussia, Ucraina e Russia.
Una vastissima area lungo i confini dei tre stati (grande quanto metà dell’Italia) è tuttora contaminata, e su di essa vivono – spesso in condizioni sociali ed economiche molto difficili – milioni di persone, che tutti i giorni assorbono radionuclidi bevendo acqua e mangiando cibi contaminati.

I bambini sono i soggetti maggiormente colpiti dagli effetti delle radiazioni.
È scientificamente dimostrato (ricerca dell’ENEA) che un soggiorno di trenta giorni in un’area non contaminata permette ai bambini di perdere dal 30% al 50% di Cesio 137 assorbito; inoltre, un’alimentazione equilibrata e completa favorisce un accrescimento delle difese immunitarie dell’organismo, e la possibilità di effettuare controlli medici accurati consente di verificare il loro reale stato di salute.

Accogliere i bambini di Černobyl’ è un gesto di solidarietà forte: si dona loro una possibilità terapeutica concreta, un’importante esperienza di vita e il contatto con una realtà – quella italiana, sensibilmente diversa da quella dei Paesi d’origine – che permette loro di scoprire per la prima volta il mondo europeo occidentale.

L’accoglienza deve essere condotta con serietà e criterio, mettendo sempre gli interessi del minore al centro della nostra attenzione; altrimenti, si corre facilmente il rischio di scivolare oltre la linea sottile che divide la solidarietà dall’egoismo, anche senza accorgersene e senza volerlo. L’accoglienza è e deve essere un grandissimo gesto di altruismo responsabile.

Oggi, però, è necessario riflettere sul futuro e sulla direzione da prendere nell’affrontare la questione di Černobyl’.
Chi opera nel settore è consapevole della necessità di intervenire direttamente nelle aree depresse, sa che a fronte di una contaminazione che non si esaurirà se non fra secoli o millenni è impossibile e impraticabile portare avanti per centinaia di anni progetti di solidarietà a distanza: la situazione richiede opere di più ampia portata e destinate a durare nel tempo, interventi strutturali che aiutino lo sviluppo economico del territorio e favoriscano la coesione sociale di chi vive nella zona.
Nell’ottica di questa evoluzione dalla solidarietà unilaterale alla cooperazione internazionale, l’accoglienza dei bambini di Černobyl’ non si interrompe, bensì si converte in accoglienza in loco, cioè in centri situati in zone non contaminate di quei Paesi e co-gestiti da associazioni straniere ed enti locali. In essi è possibile ospitare un numero molto alto di bambini e farlo a ciclo continuo per tutto l’anno.

Ognuno di noi può impegnarsi nella sfida di Černobyl’ col proprio contributo di idee, volontà e risorse: è una priorità globale che non possiamo ignorare, e un’opportunità unica di incontro e scoperta di ciò che è “altro da noi”.

 

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