Sono nato a Como il 22 ottobre 1985.
Appartengo a una generazione di europei cresciuta after the Wall, che ha la mente sgombra da quei pregiudizi bipolari fin troppo comuni ancora oggi.

Con la mia famiglia, di cui sono figlio adottivo, ho vissuto a Milano e nella provincia milanese fino al 1992, anno in cui ci siamo trasferiti nell’Oltrepò Pavese.
Riflettere sulla mia vicenda biografica mi ha fatto capire il valore della nostra esistenza e dei legami affettivi fra le persone, indipendentemente dai fattori che ne determinano l’incontro. Nel frattempo, la suggestione degli scenari in cui mi sono trovato immerso mi ha reso il “pittore di paesaggi umani” che sento di essere, perché in essi vedo riflesse le sensazioni e i sentimenti che quotidianamente ci animano.

Ho iniziato a scrivere nel 2002, esplorando molte dimensioni della parola e scoprendo nel tempo la mia vocazione poetica.
Se pure è vero che lo scrivere è un atto compiuto in solitaria, non necessariamente significa solitudine: conoscere e frequentare altri amici poeti, scrittori e appassionati di letteratura è una fonte di continuo fermento e scambio culturale e umano, che nel corso degli anni mi ha permesso di crescere e di affinare le mie capacità di scrittura.
La mia poesia ha ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il primo posto alla IV edizione del concorso I poeti laureandi (2007); nell'agosto dello stesso anno è uscito il mio primo libro, Difetto di comunicazione.

Dal 2002 mi occupo attivamente della questione di Černobyl’, sia partecipando ai progetti di accoglienza in Italia che a quelli di cooperazione internazionale in Bielorussia e Russia.
Il contatto diretto con la realtà di Černobyl’ ci proietta concretamente nella dimensione globale del nostro tempo, per la quale non si possono ignorare sfide che interessano il futuro di tutti.
La scoperta più grande è la ricchezza umana e culturale che l’incontro con la “gente di Černobyl’” ci dona, e non è possibile riassumerla a parole: è l’avvicinarsi di mondi uguali e diversi, l’aprirsi all’altro, donare e ricevere.

Dal 2005 al 2007 sono stato redattore di Inchiostro, il giornale degli studenti dell’Università di Pavia, dove ho studiato Lingue e culture moderne. L’esperienza del lavoro di squadra insegna che grazie all’impegno di tutti è possibile raggiungere traguardi impegnativi e fuori dalla portata dei singoli.
Durante gli anni universitari ho maturato il mio spirito europeista, convinto della necessità storica di uno stato continentale federato e delle possibilità geopolitiche, sociali e culturali che esso può garantirci. Fondamentali per questo approdo sono stati i numerosi viaggi all’estero compiuti con la mia famiglia: sono cresciuto attraversando l’Europa, senza mai avvertire la sensazione che il mondo finisse al di qua delle Alpi. Nel 2006 sono approdato a Wrocław (Polonia), dove ho fatto l’Erasmus e durante il quale mi sono finalmente sentito pienamente “europeo”: figlio dell’Europa possibile dopo il Muro, fratello di tutti coloro coi quali si può e si deve costruirla.

Fra l’inverno e la primavera del 2008 ho vissuto tre mesi in Russia, a Mosca – una città della sproporzione fra uomo e luogo ma anche fra uomo e uomo, dove la disparità sociale è tangibile. Mosca non crede alle lacrime.
La meta di oggi è Minsk, capitale di uno stato che dall’Italia non si riesce a osservare con lo sguardo adatto: servono altri occhi, altri schemi, voglia di capire e di farsi attraversare.

E il mio nome? È un segno che mi accompagna dalla adolescenza, un’identità che fonde la mia anagrafe con la passione per il variegato mondo slavo: per questo, firmo la mia vita come Bonač.



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